ASI Ticino | Intervista a Naor Gilon
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Intervista a Naor Gilon

 

Ambasciatore Gilon, come ricorda la sua adolescenza, la sua vita pre-universitaria?

In Israele la vita delle persone è molto attiva: io giocavo a basket e ho sempre saputo che quando arrivava il momento di entrare nel servizio militare avrei voluto fare qualcosa di significativo. Giovavo molto bene a basket: ero anche arrivato a livelli nazionali, ma poi ho lasciato per fare paracadutismo. Ho fatto quattro anni di servizio militare perché ero ufficiale – normalmente si fanno tre anni, ma per gli ufficiali un anno in più –.

Lei è anche molto alto, quindi il basket si presta bene.

Vero!

Come mai ha scelto all’Università Scienze Politiche e non Relazioni Internazionali?

La verità è che non sapevo cosa studiare: Scienze Politiche è generico e in Israele – all’epoca – erano poche le università che facevano bachelor in Relazioni Internazionali. Se ricordo bene, molti lo facevano come master. Non sapevo cosa fare: ho studiato Scienze Politiche. Entrare al ministero, all’epoca, non era un sogno. Avevo un amico che studiava con me e vide sulla stampa un’offerta per essere cadetti al ministero. Abbiamo poi saputo che in quell’anno c’erano millecinquecento candidati e solo quindici ne sono usciti: l’uno per cento. Quando andai a fare questo esame, ma sapevo che la probabilità di essere accettato era molto limitata …

E alla fine ce l’ha fatta!

Sì, non so come, ma ce l’ho fatta.

Quando ha deciso di diventare diplomatico?

Quando si studia Scienze Politiche – dopo – c’è molto poco da fare: generalmente si va al ministero. Non l’ho deciso: andai lì per fare l’esame e quando mi hanno accettato …

Era fatta!

Sì!

E come ricorda la sua esperienza in Italia, dopo Ungheria e Stati Uniti?

Esperienza unica! Era la prima volta che ero a livello di ambasciatore ed è stato diverso da molti altri incarichi diplomatici, perché l’ambasciatore fa tutto ciò che vuole fare. Prima avevo ruoli specifici nel mio lavoro, ma essere ambasciatore è completamente diverso. Per un ambasciatore israeliano, arrivare in Italia è già il top. L’Italia è stata ed è un paese molto amichevole e molto vicino e simile ad Israele, proprio dal punto di vista culturale-mediterraneo … Il cibo … Sono tante le cose in comune. In Italia la comunità ebraica è piccola, ma forte. Tutto ciò ha reso la mia esperienza irripetibile.

Come è vista l’Italia da Israele?

C’è stato un cambiamento con Berlusconi. Berlusconi è stato visto in Israele come un grande amico perché è stato effettivamente un grande amico. E dopo Berlusconi, questa amicizia è continuata con Monti, Letta e Renzi. Israele vede l’Italia come un paese amico. Ogni anno in Italia arrivano da un paese di otto milioni e mezzo, oltre mezzo milione di turisti. Un numero incredibile.

Quali sono le differenze di comportamento dei media italiani e quelli israeliani?

Non credo che ci sia grande differenza: sono molto liberi.

A proposito di media: ho incontrato in febbraio Giuliano Ferrara per un’intervista. Lei lo conosce?

Sì: è un amico. Un vero amico. Amico mio personale, ma anche amico di Israele.

Ci siamo incontrati sul Lungotevere.

Sì, nel suo ufficio. Giuliano Ferrara è una persona molto speciale: un vero intellettuale aperto. Da tanti punti di vista è liberale, da altri sembra conservatore; ma questo come Israele. Israele è un paese molto, molto liberale. Più liberale dell’Italia.

Senza dubbio.

Israele è un paese molto liberale, ma dall’estero – per quello che riguarda la sicurezza e la difesa – alcuni potrebbero pensare che è conservatore. Anche il centrosinistra israeliano è molto conservatore.

Ho pure incontrato un mese e mezzo fa Stefano Parisi: cosa lo valuta?

Un altro amico.

Secondo lei, potrebbe diventare il nuovo leader del centrodestra?

Non posso dirlo, perché non conosco tutta la situazione. Lui è una brava persona. È stato bravissimo negli affari e ha deciso di voler dare un contributo alla politica. Anche lui è un amico personale, un amico di Israele. Ci siamo visti lì un mese fa: è arrivato per una questione di charity, di beneficienza. Con le biciclette, ha aiutato tanti bambini poveri e ha fatto centoottanta chilometri!

Sì, lui è ciclista e ha anche una casa a Tel Aviv, se non sbaglio …

È ciclista, fa maratone … È rimasto lì per dare una mano a questa associazione. È una brava persona.

Tra l’altro, ha anche un ottimo curriculum.

Sì, sì. Non posso commentare il fatto se sarà leader perché è una situazione molto complessa quella del “dopo-Berlusconi”. È una grande domanda e nessuno – penso – abbia adesso la risposta.

Passiamo alla situazione più internazionale: Europa e Stati Uniti. Come vede la situazione europea attuale, ricca di possibili rigurgiti antisemiti da parte di Höfer in Austria, Le Pen in Francia e AfD in Germania?

In generale penso che il progetto dell’Unione Europea è in una situazione molto critica. Critica perché l’Unione Europea deve decidere cosa vuole essere quando sarà grande. Sembra difficile mantenere l’Unione Europea come quella di oggi. Troppo grande e debole: deve essere piccola e più forte oppure più grande e flessibile con i membri. Mantenere l’Europa come adesso è difficile. Abbiamo visto che la domanda dei profughi e la questione dell’identità. Il continente europeo è cristiano, liberale, aperto e questi elementi sono difficili da mantenere. La crisi è in tutto l’Occidente … C’è un cambiamento.

E bisogna cambiare?

La gente pensa che bisogna cambiare e fare qualcosa. Vedremo cosa si farà. È difficile dirlo.

Com’è stata la sua esperienza a Washington?

Washington è stata un’esperienza unica: lì ho fatto molta pratica. Gli Stati Uniti sono il migliore amico di Israele e la dipendenza è molto forte. C’è fratellanza, vera fratellanza. Lì ho fatto esperienze pratiche, tra cui portare cooperazione tra Stati Uniti e Israele. È una potenza mondiale, un gigante. La mia è stata un’esperienza molto particolare. Mi è piaciuto molto.

Quale futuro per l’America di Donald Trump?

Non lo so … Non so dove andrà l’America. Credo che quando si arriva al potere, l’ideologia è un conto e la pratica un altro. Si cerca di mantenere l’ideologia in modo pratico: è così che qualcosa cambia. È la natura della democrazia. È chiaro che la maggioranza degli Stati Uniti voglia un cambiamento. Credo d’altra parte che ci sarà forte continuazione con il passato, perché gli Stati Uniti hanno una forte tradizione di democrazia, di governo. È un paese che da duecento anni è governato in modo alternato, tra democratici e repubblicani.

C’è una cultura politica.

Sì.

Davvero le relazioni con il governo israeliano miglioreranno rispetto all’amministrazione Obama?

In questo periodo c’è un problema tra l’amministrazione statunitense e quella israeliana, ma le relazioni tra Stati Uniti e Israele non sono cambiate. È possibile che Obama abbia visioni differente rispetto a Netanyahu. È comunque stato un grande amico di Israele. Ci sono stati invece altri elementi che ci sono piaciuti di meno, come l’Iran. Apriamo una nuova pagina. Spero che le relazioni anche personali con i leader politici siano buone. Bisogna aspettare: io credo di sì.

Lei ritiene fattibile il progetto-sogno di unione tra Israele e Europa?

È un sogno importante per Israele. L’Europa è davvero molto importante per Israele. Israele alla fine è un’isola da tutti i punti di vista: culturale, religioso, di sicurezza … Anche fisicamente: per un israeliano è difficile andare all’estero con l’auto. Ci sono pochi posti in cui andare è possibile o sicuro. I miei genitori sono nati in Europa: noi siamo parte dell’occidente. Entrare nell’Unione Europea è una domanda diversa, perché dipende dove va l’Unione Europea. Se cerca di allargare o fare un’alleanza più debole e larga o più piccola e consolidata. In Europa molti vedono tutto con gli occhi del conflitto israelo-palestinese. Chi sta in Medioriente, ha capito che il conflitto israelo-palestinese è niente, non ha importanza, perché i problemi del Medioriente sono più grandi. Sono tra i musulmani e loro stessi, tra sunniti e sciiti, tra estremisti e moderati. È un problema più grande rispetto al conflitto israelo-palestinese, che è stato un argomento usato da anni. Le leadership arabe hanno usato questo per spiegare alla popolazione che i problemi: “non c’è cibo? Non c’è pane? Dobbiamo aiutare i palestinesi.” Adesso credo e spero che tutti capiscano la realtà.

Lei è tornato in Israele adesso, dopo quattro anni in Italia: com’è stato il suo rientro? Il paese è cambiato?

È sempre un piacere tornare in Israele perché la mia famiglia è lì. Abbiamo quattro figli, e solo una è stata con noi a Roma. Tornare in Israele, per me, è tornare a casa. È vero che ho vissuto in tanti paesi come diplomatico, ma tornare a casa è qualcosa di naturale. Israele cambia sempre. È come un giovane che cresce. Il paese ha quasi settant’anni, ma ha sempre energia, sempre in movimento …

Si rinnova sempre.

Sì. Novità e energia.

E a proposito di energia, come valuta il grande numero di startup presenti in Israele?

Questo è incredibile: sono seimila in un paese di otto milioni di persone! Il venture capital in Israele era quasi quattro miliardi di dollari. Tutta l’Europa, con quasi mezzo miliardo di persone, l’investimento complessivo era diciotto miliardi di dollari: tre volte quello di Israele. E quindi, quando sono tornato, ho deciso di prendere una piccola sosta diplomatica per entrare in questo mondo d’innovazione. Questo è un grande regalo che Israele fa al mondo: dalla tecnologia alla medicina alla green energy. In questi tempi, in Israele, stanno accadendo cose incredibili.

Ho letto in una sua intervista che uno degli obiettivi di Israele è arrivare all’indipendenza energetica. Come?

Adesso abbiamo trovato gas nel Mediterraneo. Se convertissimo tutte le energie usando il gas saremmo indipendenti. Dagli anni Cinquanta, ogni casa d’Israele ha pannelli solari per il riscaldamento dell’acqua. Io sono nato nel ‘64 e a casa mia c’erano già i pannelli.

In questa parte di Europa sono pochi. È un’eccezione, non la regola.

In Israele il sole non manca: è molto caldo. L’energia solare è molto importante, ma in Israele lavorano aziende per energia idrica, eolica. Fanno tutto. All’indipendenza energetica si arriva anche con le macchine elettriche.

Che ripercussioni potrebbe avere il basso prezzo del petrolio iraniano sull’economia d’Israele? Quali gli effetti?

Dal punto di vista geostrategico non vorremmo che gli iraniani avessero troppi soldi, perché con quei soldi non aiutano la loro popolazione, ma destabilizzano tutto il Medioriente. Il sistema iraniano funziona così: destabilizzare tutti i paesi che non sono sotto il loro controllo. Quando c’è destabilizzazione, cercano di avere un amico all’interno per stabilizzare il paese ed infine dominarlo. Così hanno fatto già in Libano, in Siria, in Iraq (dove hanno incoraggiato la stabilità anche contro gli americani). Praticamente in Iraq ci sono tre paesi: Sciistan (a Baghdad), Kurdistan e Daesh (i sunniti e gli altri). Ecco cosa fanno dei soldi: aiutano questa politica, che è molto pericolosa per tutti.

Però Israele può resistere a questa politica.

Possiamo resistere all’Iran, a Al Quaeda, al Daesh: loro non fanno attacchi contro Israele, perché Israele ha la capacità di rispondere con enorme danno. Israele è molto potente in questa regione.

Prima lei ha accennato alla Siria: che ripercussioni hanno su Israele le guerre siriane?

È difficile dirlo. Vedi, lì in Siria c’è male contro male: non c’è buono, perché un gruppo è l’Iran e l’altro il Daesh. E il terzo sono i poveri, la popolazione siriana, che combatte contro gli altri due. È una situazione molto grave e a pagarne il prezzo è la popolazione. Alla fine, sono scappati molti siriani, che non possono rimanere lì: quelli che avevano la possibilità di scappare sono già scappati. La Siria non tornerà ad essere Siria. L’instabilità continua e d’altra parte non è buono avere la Siria sotto l’influenza iraniana. Ancor meno sotto Daesh. È difficile vedere una buona soluzione. Quello che abbiamo fatto noi, è stata la linea rossa: non attaccare Israele, non dare al Libano armi strategiche e quando vediamo che qualcuno oltrepassa questa linea, noi attacchiamo.

La notizia è apparsa su tutti i giornali del mondo: come ha vissuto la morte di Shimon Peres?

Io ho lavorato in passato con Peres e con Rabin, che poi è stato ucciso. Come consigliere diplomatico ho continuato a lavorare con Peres quando era primo ministro per un periodo di otto mesi – dopo Rabin – ed in seguito con Netanyahu. Peres è stato l’ultimo gigante che ha creato lo Stato di Israele. Ha fatto tanto per Israele e ha fatto tanto per la pace, in modo da cambiare il punto di vista degli israeliani. Con l’accordo di Oslo – che ha ricevuto molte critiche – adesso gli israeliani capiscono che devono trovare una soluzione. È difficile, ma bisogna vedere come arrivare alla soluzione “due stati, due popoli.” Peres ha fatto davvero tanto per Israele.

Com’era umanamente?

Umanamente era un uomo; con forza e debolezza. Come noi. Molto umano. Io credo che la sua grandezza e il modo di sognare di Peres era più grande degli altri. Aveva la capacità di sognare. Non tutti i sogni si possono realizzare, ma ne ha realizzati tanti.

E Rabin?

Rabin era un generale: era diverso. Anche lui, come persona, era bravo: con la gente è sempre stato molto gentile. È stato molto coraggioso: il coraggio di fare sia guerra che pace. Peres, da solo, non ha avuto la legittimazione di andare con Israele verso la pace; Rabin – come generale che ha vinto la guerra del ‘67 – ha portato la legittimazione, il coraggio al popolo israeliano. Una combinazione molto interessante: politicamente i due sono stati per anni nemici.

Passando alla Svizzera: lei conosce l’ambasciatore Keidar?

Sì, è un amico personale da anni.

Come l’ha conosciuto?

Al ministero. Noi lavoriamo da anni al ministero: Israele ha fatto molto bene a mandarlo come Ambasciatore. È molto bravo.

Lei è era mai stato in Svizzera?

Sì, ma come turista: poche volte e per poco tempo.

Cosa ne pensa? Si è fatto un’idea?

È un paese molto speciale: interessante il parallelo con Israele, tra cui il servizio militare obbligatorio – in Israele è diverso e più lungo – ma sinceramente credo che il servizio obbligatorio dà tanto al paese. Non dal punto di vista della sicurezza – che è ovvio – ma dal punto di vista sociale. Prima di tutto dà al giovane l’identità di essere svizzero o israeliano. Come diceva Kennedy: “ask not what your country can do for you; ask what you can do for your country.” Secondo elemento, i giovani diciottenni lasciato casa e diventano indipendenti. Poi, Israele è un paese di migranti, un melting pot, dove tutti entrano insieme. In Italia c’è differenza tra chi vive al Nord e chi al Sud: parlano quasi la stessa lingua, ma sono diversi. Il militare era un’ottima occasione per …

Nation building!

Sì, così come in Israele. Il nostro militare usa alta tecnologia, i giovani usano questa tecnologia e la sviluppano. Credo che il militare ha grandissima importanza. Credo che sia una mancanza che in Europa non ci sia servizio militare obbligatorio per tutti.

Be’, c’è la NATO …

Ma non è obbligatorio: è professionale. È qualcosa di completamente diversa.

Senta, lei ha parlato adesso di tecnologia e io sono studente dell’Università della Svizzera Italiana: secondo lei sarebbe possibile aprire un canale di relazioni e scambi culturali con le università israeliane?

Sicuramente, sicuramente sì. Bisognerebbe parlarne con l’ambasciatore Keidar. Questa mattina ho visitato SUPSI e ci sono già delle relazioni. Credo che il potenziale è grande.

Dove avrebbe voluto lei essere ambasciatore?

Non ho avuto sogni particolari: l’Italia è stato un regalo per me. Il ministro lo ha deciso. Sono stato il suo capo di gabinetto, poi responsabile degli affari europei. Il ministro ha deciso che l’Italia è importante e vuole avermi lì. L’Italia è stata un’esperienza unica: dopo l’Italia è difficile andare in alto posto così importante e amichevole. Forse gli Stati Uniti.

Lei ha detto all’inizio che è stato un sogno, un onore essere in Italia.

Sì.

Ambasciatore, le faccio un’ultima domanda: qual è il futuro della sua attività professionale?

Adesso ho preso una sosta sabbatica dalla vita di diplomatico, per entrare nel campo dell’innovazione e lavorare con le start up, trovare investimenti e mercati. Faccio questo perché il cuore di Israele è l’innovazione e voglio essere parte di questa attività. In futuro vedremo … Io sono “anziano” per questo mercato, perché l’età media è ventidue-venticinque anni, ma sono molto lieto di essere parte di questa energia molto particolare. Poi vedremo per il futuro. Magari rientrerò al ministero …

E, in ultimo, quale futuro per Israele?

Futuro molto positivo. I cambiamenti in Medioriente hanno creato una situazione per cui il rischio di esistenza per Israele è più basso, perché i nemici sono più deboli. Non ci sono paesi forti contro Israele (solo l’Iran, ma l’Iran è lontano). Il nucleare all’Iran è un grande rischio. Dal punto di vista economico, Israele è molto forte: è in crescita anche in termini di popolazione. Siamo uno degli unici paesi occidentali in cui la popolazione cresce. Israele è molto vivace, anche a livello di discussione politica. Ma questo sistema di discussione e confronto è parte della tradizione ebraica.

Grazie.

Grazie a lei.

– Amedeo Gasparini –

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